Saperne di più

Per orientarsi nelle difficoltà legate all’essere donna oggi può essere utile ascoltare una conferenza, leggere un articolo, vedere un film, partecipare a un dibattito.

D: Figli aggressivi?

• 18 Gennaio 2026
R:

Ostinati. Contrari. Non ascoltano, fanno di testa loro, non rispondono; non si può mai sapere dove siano. Sono alcune delle formule, tra le più lievi, che condensano il modo in cui i ragazzi possono manifestare la loro presenza in famiglia fino all’esplodere nell’urlo: Mollami! Oppure, e più sconcertanti per un genitore: spaccare quello che hanno a portata di mano, lanciare oggetti; farsi del male, aggredire; agitazione psicomotoria per uso o abuso di sostanze, più o meno dichiarate. Possono serpeggiare anche manifestazioni di opposizione più passive, l’esatto contrario dei toni accesi che esplodono in rabbia e frustrazione: quadri depressivi. Stanze chiuse, tapparelle abbassate, legame sociale ridotto all’ obbligo della frequenza scolastica (e anche questa spesso evasa), trascuratezza personale. Un ritiro dalla vita che si palesa attraverso confessioni improvvise: alle volte penso che vorrei farla finita. Morire. Cosa succede?
Il punto di innesco, solitamente, coincide con l’ingresso nell’adolescenza che non va intesa come un passaggio anagrafico ma come un tempo logico: quel tempo in cui, uno per uno, si accende e si gioca la partita tra una spinta individualista intesa come un moto proprio, singolare, nel modo di entrare nel mondo e un Altro familiare, fatto di un tessuto la cui trama è densa di attese, credenze e ideali. L’aprirsi di un disallineamento è lì come un tassello irriducibile della logica adolescenziale. Il punto essenziale è che la fissità della logica non riesce a rendere conto di tutte le sfumature in cui il moto separatorio può dispiegarsi. Vi saranno differenti articolazioni a seconda dei vari assetti familiari.
Da una generazione a questa parte la rete familiare si è andata assottigliando verso un nucleo ristretto che facilmente patisce una profonda solitudine.
La famiglia ha virato sulla coppia (un genitore/un figlio) che si rinsalda e, spesso, si ingarbuglia nel Siamo solo Noi. Contrariamente a quanto si dice, oggi, genitori e figli si ritrovano il più delle volte sguarniti di una famiglia allargata, soli di fronte al reale del mondo. Sconnessi dal passato e tutti convocati a connettersi, con successo, nel futuro dall’imperativo sociale.
È a partire da questa solitudine, scelta, subita o semplicemente toccata in sorte che al cuore di questo nucleo ristretto (due ma uno: noi) spesso inizia a pulsare un’intenzione educativa all’insegna del tutto amore: accudimento, protezione, riparo. Molto spesso arriva il conto delle conseguenze: ad ogni atto segue una conseguenza con cui fare i conti e questo finisce per per apparire, ad un genitore, come un eccesso di crudeltà, un’iniezione di realtà vissuta come inassimilabile al progetto: per imparare c’è sempre tempo, ancora è piccolo/a.
Sono nuclei familiari in cui la logica amorosa, di ristoro e riparo dal mondo, finisce per irradiare una forza di attrazione attorno a questo centro supposto essere l’unico luogo in grado di dispensare riconoscimento e offrire sicurezza. Ma è proprio lì che cerca di innescarsi e trovare posto quella spinta individualista, motore della muta adolescenziale, che opera la torsione del bambino a giovane adulto.
Dato questo assetto familiare, si può supporre che questa forza di attrazione facilmente produca lo scatenarsi di altrettanta forza ma opposta e contraria, che secondo una logica direttamente proporzionale fa sì che tanto più l’una… tanto più l’altra! Fino ad un drammatico stallo di perenne guerriglia familiare.
Data questa premessa, si può iniziare a pensare che l’effrazione violenta di un atto filiale, in tutta la sua indubbia traumaticità, possa corrispondere al tentativo di trovare un proprio modo, nuovo, di stare nel legame, familiare e non. Le condotte estreme sono tentativi (passaggi all’azione in un cortocircuito della parola) di un volersi precipitare, chiamare fuori dalla scena familiare.

L’arresto della muta simbolica, dei nuovi modi di rappresentarsi e pensarsi nel modo al di là del Noi, può gettare un giovane soggetto nell’imbarazzo: quell’affetto che coglie quando non ci si raccapezza quanto al che fare e la perplessità lascia smarriti. Ebbene è da quello stato di sospensione che può originarsi, come unico rimedio, il gesto estremo di violento strappo.

Gesti estremi, dunque, che se pur fatti nel tentativo di attraversare la spessa cortina dell’infanzia non fanno che rimarcare l’imbarazzo di sentirsi eterni bambini.
Spesso dietro un figlio/a aggressivo c’è un’urgenza soggettiva, quella spinta che finisce per implodere nella sua stessa impasse. Non riescono a trovare una nuova via per venire a capo di loro stessi, al di là del posto assegnato loro nel discorso familiare. Tanto vale, dunque, arrivare alle estreme conseguenze, con il drammatico effetto di rimbalzo: finire per coincidere con ciò da cui ci si vorrebbe liberare.
Dunque, alcuni comportamenti aggressivi di un figlio posso venire a rispondere all’amore genitoriale e a un certo stile di cura; ad ogni assetto la sua risposta, famiglia per famiglia. Differenti versioni dell’amore che a loro volta celano e allontanano altre solitudini, altrettanto private, fatte di differenti gradazioni di dolore, ferite o angosce che ciascun genitore porta nel suo intimo spesso al di là della sua stessa consapevolezza.


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