Per orientarsi nelle difficoltà legate all’essere donna oggi può essere utile ascoltare una conferenza, leggere un articolo, vedere un film, partecipare a un dibattito.
Cercheremo qui di riflettere più sull’eccesso che non sugli eccessi.
Possiamo pensare infatti agli eccessi come delle manifestazioni, le più diverse, di un eccesso strutturale, che tocca ciascuno di noi.
Eccesso di alcool, di droghe, di medicinali, gioco d’azzardo, hikikomori, eccesso di cibo, eccesso di dimagrimento, necessità di attività adrenaliniche, dipendenza da smartphone, tempo eccessivo trascorso sui social, ricerca spasmodica di like, ma anche violenza, eccesso di potere, uso incontrollato della forza, ecc.
A proposito di eccessi, credo che ognuno di noi potrebbe aggiungere delle voci a questo elenco. E d’altra parte basta guardarci intorno: il nostro mondo in disfacimento si presenta, oggi più che mai, caratterizzato dall’eccesso.
Ci può sembrare che una volta il mondo e chi lo abitava fosse un po’ più toccato dalla misura, dal limite. La legge (in diverse accezioni) e il diritto venivano invocati e riuscivano a svolgere, in generale con qualche zoppicamento, una qualche funzione regolatoria. Oggi, lo cogliamo, questa funzione di regolazione non tiene più.
Degli eccessi, veri e propri orrori, comunque, sono certamente accaduti anche in passato. Dopo la persecuzione degli ebrei e i campi di sterminio nazisti abbiamo (noi esseri umani) sentito il bisogno di dire “mai più”.
In fondo, se dicevamo “mai più” era perché era necessario dirlo, perché (forse lo sapevamo già, e certamente lo sappiamo oggi) quel “mai più” non andava da sé, non era ovvio che l’orrore non si sarebbe ripetuto.
Ma come affrontare questo tema a partire dalla psicoanalisi e dalla clinica?
È stato Freud, a partire dall’inizio del Novecento, a elaborare il concetto di pulsione, che è qualcosa di diverso dall’istinto.
Siamo abituati a pensare alle funzioni necessarie per la sopravvivenza come regolate dall’istinto e come dei bisogni fondamentali. Certamente alimentarsi – prendo questo esempio – è necessario per sopravvivere, ma per gli umani, esseri parlanti o anche parlesseri, come li ha chiamati Lacan, la dimensione istintuale è perduta. Mangiare non è solo alimentarsi, e lo sappiamo bene. Ce lo insegnano certamente quelli che sono chiamati disturbi del comportamento alimentare, ma prima ancora ce lo insegna la vita di tutti i giorni.
Per gli animali si tratta di un istinto, ma per noi non è così. In quanto siamo toccati dal linguaggio, la dimensione istintuale è persa. Se “mangiare” fosse solo la risposta al bisogno di alimentarsi, non si sarebbero sviluppate per esempio le culture del cibo, non ci sarebbero tradizioni culinarie. Lo cogliamo, la cultura e la tradizione hanno che fare con il linguaggio.
Inoltre, pensiamo al fatto che ciascuno di noi, quando riceve del cibo, riceve insieme molto altro. Vale anche per gli adulti, ma pensiamolo per i bambini, anche molto piccoli. Chi non sa – magari senza averci mai pensato – che quando un bambino, anche un lattante, ha fame e gli diamo da mangiare, fin dall’allattamento, gli diamo, insieme al latte, molto altro: attenzione, amore, calore, contatto. Questo trasforma immediatamente l’urlo dovuto alla sensazione della fame in una domanda di altro genere, perché il bambino “impara” senza capirlo, che riceve anche altro, dunque passa a domandare altro.
E pensiamo al fatto che ognuno di noi ritiene perfettamente normale, per esempio in campo alimentare, avere dei gusti, mangiare più volentieri qualcosa rispetto a qualcos’altro, cedere qui e là alla tentazione di eccedere come quantità… Vedete? l’istinto è già fuori gioco.
Lacan diceva che le pulsioni sono l’eco nel corpo del fatto che ci sia un dire.
Forse sembra una frase complicata ma è quello che ho cercato di illustrare: è a partire dal linguaggio che il corpo è preso da qualcosa che non possiamo più chiamare istinto, ma chiamiamo pulsione. L’istinto è un programma di funzionamento univoco, che “sa” che cosa occorre all’organismo. La pulsione invece no.
Questo, è chiaro, ci espone all’eccesso.
Un passo oltre. Proseguendo nell’esperienza come psicoanalista, Freud scopre che non solo negli umani non esiste la dimensione istintuale, ma che le pulsioni non sempre funzionano per il meglio. Nel 1920 infatti formalizza il concetto di pulsione di morte, e così sovverte l’idea che la vita psichica sia organizzata a partire dal principio di piacere. Un cambiamento radicale, al punto che la maggior parte degli psicoanalisti dell’epoca – e degli psicoanalisti e dei terapeuti di oggi – rifiuterà quel concetto o lo annacquerà fino a ridurne la portata sovversiva.
Che cosa porta Freud a questa scoperta? Molto rapidamente, possiamo dire che, a partire dalla clinica e da quanto succede nel mondo (sono gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale), si interroga su alcune questioni: com’è possibile che uomini e Stati civilizzati, portatori di grandi culture, invece di risolvere i loro contrasti in modo civile, precipitino nella violenza più bruta? Che cosa spinge alla morte, e non solo alla vita? Come rendere conto della ripetizione, soprattutto quando è ripetizione di esperienze spiacevoli? In fondo, perché non ci comportiamo sempre per il meglio?
Una risposta possibile, quella che va per la maggiore e che è alla base di certe psicoterapie, è pensare che quando non ci comportiamo per il meglio, siamo in presenza di una patologia, un disturbo, qualcosa da diagnosticare e trattare.
Un risultato di questa posizione, per esempio nel campo psichiatrico e psicologico, è quello di aver aumentato a dismisura le diagnosi: ogni volta che qualcuno si discosta da questo ipotetico per il meglio, codifichiamo il “peggio” che si presenta e lo trasformiamo in una malattia.
Alcune forme di terapia puntano allora a un maggior controllo: più consapevolezza, più ragionevolezza, più controllo. Una sorta di addestramento per non cadere nei buchi neri della nostra soggettività.
La risposta di Freud non è questa. Freud ha colto invece che questo peggio riguarda gli umani in quanto tali. Il peggio, una componente distruttrice, è in gioco in ciascuno di noi.
E dalla psicoanalisi, come esperienza personale e come pratica clinica, impariamo che non è una componente che possiamo mettere a tacere, e tanto meno far sparire. Si tratta invece di venirne a sapere qualcosa, non in modo generale ma con le specificità che riguardano ciascuno, trattarla e annodarla diversamente, il che permette di disinnescare qualche interruttore.
Ecco, il peggio è forse un altro nome dell’eccesso.
Sappiamo che alcune cose ci fanno male, es. mangiare troppo e male, ma anche il fumo, andare troppo veloci in macchina, non fare attività fisica, guardare lo smartphone mentre attraversiamo la strada… o ancora, infilarci in relazioni che fin dall’inizio riconosciamo come “tossiche”.
Sapere non basta. Le conoscenze e le norme igieniche non fanno presa sulla dimensione pulsionale. Siamo spinti anche lì dove sappiamo che sarebbe meglio evitare. Spesso, siamo spinti proprio lì dove sappiamo che sarebbe meglio evitare.
Anche quelli tra noi che pensano di avere discretamente il controllo della loro vita sono toccati da questa dimensione “al di là del bene”.
Per concludere, torno alla frase di Lacan dalla quale sono partita: “Ogni formazione umana ha per essenza, e non per accidente, di raffrenare il godimento”.
È proprio degli umani costruire dei legami che limitino l’eccesso da cui tutti siamo costituiti. Ed è anche l’unico modo per restare umani. Si tratta, nei diversi campi, di costruire nuovi annodamenti a partire dal nuovo legame con un analista. Qui ad Alia facciamo questo.
*(J.Lacan, Sul bambino psicotico, 1967, LP n. 1).
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