Per orientarsi nelle difficoltà legate all’essere donna oggi può essere utile ascoltare una conferenza, leggere un articolo, vedere un film, partecipare a un dibattito.
La maternità è una questione complessa che si fa più oscura proprio quando, sulla scena familiare, irrompe il temperamento del figlio, spogliato del tratto infantile della docilità e della trasparenza. Alle volte questo passaggio ha la portata di uno squarcio.
Madri che si sentono chiamate a rispondere alla singolarità con cui un figlio esprime il proprio esserci. E’ il repentino passaggio da un sogno ad un incubo: non lo riconosco! Non mi aspettavo questo…Io non l’ho educato/a così!
L’incontro con una estraneità che fa irruzione in famiglia nella forma della violenza verbale o fisica. Può essere l’insulto, la voce grossa, l’urlo; può essere una esplosione fisica che precipita in un atto, un pugno contro una porta, uno spintone.
Si apre uno squarcio temporale: la relazione si trova lacerata tra un prima e un dopo. E lo sguardo amoroso che accompagna il figlio inizia ad essere contaminato da uno stato di attesa, di allerta, sul filo della tensione, nervi a fior di pelle. La madre più che non sentirsi riconosciuta nella sua autorevolezza si sente minate nella sua amabilità. Come se si consumasse un tradimento nel programma “dell’accudimento all’insegna del tutto amore” che improvvisamente smette di dare i suoi frutti.
Nessuna gratificazione torna più “indietro” solo ansia, inquietudine, smarrimento. Madri turbate, dunque.
Può essere questa la parola chiave che conduce al cuore della frattura. Ciascuna legata alla singolarità in cui l’investimento materno si è articolato.
Ad esempio, una madre può attendersi che il proprio figlio sfrutti al meglio tutte quelle doti che lei non è stata in grado di esprimere in tutta pienezza. Il figlio sarà colui che lei non è riuscita ad essere; e il modo di vivere il proprio sesso non è marginale: mi riscatterai dall’essere nata femmina (tu figlio maschio) oppure sarai una donna più completa e autonoma di quanto io non sia riuscita (tu figlia femmina).
Una madre può avere il bisogno primario della presenza fisica: la solidità del corpo del figlio come punto di equilibrio che presiede ad un ordine in un mondo percepito come troppo invadente o troppo distante. Oppure un’altra può eleggere il figlio a interlocutore privilegiato: finalmente un ascoltatore attento! Quando, a propria volta, si è sentita figlia inascoltata o non calcolata.
O ancora altre percepiscono nel figlio tutte quelle fragilità che ancora sentono intatte nel loro vissuto e operano con dedizione e zelo per porvi rimedio e cancellarle una volta per tutte.
Ed ecco il turbamento che si origina come un geyser dal suolo amoroso materno quando un figlio con le sue reazioni mette tutto a soqquadro. Come intenderlo è quale posto dargli?
C’è turbamento quando cade l’ideale dell’amore inteso come una trama di senso ordinato, un velo che doveva ricoprire ogni asperità. C’è l’incontro con l’inaspettato. Accade allora che alla sofferenza del “non riconosco più mio figlio” si affianchi una inquietudine di natura diversa, più segreta e complessa da condividere: non riconoscersi più come madre e trovarsi a rispondere al proprio figlio come “non più padrona di me stessa”, non riuscire a riconoscersi appieno in quanto fatto o detto: Ma come ho potuto…? ma perché ho…? Comportamenti rabbiosi o pensieri di abbandono. Drammatiche oscillazioni dello stato materno combattuto tra “Perché mi fai questo? Con tutto quello che…” – tempo del trattenere a sé, fino a “Arrangiati” – tempo dell’espulsione. Tutte forme estreme, quanto disperate, di trattamento e di difesa da ciò che è indecifrabile eppure così vivido e reale.
Ci sono momenti familiari drammatici in cui una madre può ritrovarsi profondamente sola e con l’urgenza di trovare un appiglio che ristabilisca quell’ordine (esterno ed interno) che è andato andato in frantumi.
Ecco il valore di Alia e i suoi effetti terapeutici: trovare un posto per chiarire quella opacità che tiene legati nella sofferenza madre e figlio; annodati nella sofferenza ma separati dall’estraneità della propria singolarità.
Si può scegliere di vederci più chiaro, lasciarsi accompagnare nell’attraversamento di quella distanza che si avverte come irreparabile; lasciarsi affiancare per leggere insieme, in un luogo protetto e di ascolto, ciò che è in atto oggi nella scommessa di poter costruire un incontro nuovo, domani. Questo è quello che facciamo.
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