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Per orientarsi nelle difficoltà legate all’essere donna oggi può essere utile ascoltare una conferenza, leggere un articolo, vedere un film, partecipare a un dibattito.

Violenza sulle donne.

• 27 Ottobre 2014 ,
violenza sulle donne

VIOLENZA SULLE DONNE

Intervista a Laura Storti, Presidente dell’Associazione Il cortile nata nel 1998 all’interno della Casa Internazionale delle Donne di Roma, Coordinatrice responsabile dal 2005 al 2013 del Centro per donne in difficoltà “La ginestra”, Psicoanalista.

 

Alia: Dott.ssa Storti lei ha una lunga storia di pratica nel movimento femminista e da molti anni lavora contro la violenza sulle donne, ben prima che il fenomeno trovasse l’attenzione del vasto pubblico. Ci dice qualcosa del lato psicologico di questo problema, è un fenomeno che richiede un’intervento sul piano sociale e della tutela giuridica, ma richiede anche un intervento psicologico perchè le donne coinvolte in relazioni violente possano staccarsene. Qual’è la cornice sul piano psichiatrico e psicoterapico per chi affronta questo problema?

 

Dott.ssa Storti: Da una parte abbiamo la clinica  psicoanalitica rivendica la singolarità dell’esperienza di ciascuna donna (una per una), l’impossibilità di definirla a partire dai propri comportamenti –  più precisamente dai propri sintomi – in classi omogenee e mira a farle scoprire e sostenerla nella sua “differenza assoluta”. Dall’altra parte abbiamo la nuova psichiatria, che invece mostra tutta la sua difficoltà nell’aver abbandonato progressivamente la pratica clinica e nell’essersi rinchiusa in un’ottica classificatoria.

Ci sono poi g li studi del DNA umano e in particolare del funzionamento del cervello che promettono di dare conto di ogni comportamento dell’essere umano in termini biologici. Pensiamo agli studi che individuerebbero il gene dell’omosessualità o la propensione all’uso della violenza, piuttosto che alla possibilità di contrarre, nel corso della propria vita, una malattia mortale.

Alla base di tutte le ricerche  c’è un concetto di “normalità” al quale il soggetto deve uniformarsi e il sintomo rappresenta una disfunzione di cui liberarsi. Mentre il malessere, sempre più cospicuo, è lasciato nelle strade, nelle carceri, nelle cliniche psichiatriche private che spesso funzionano con eccessi di medicalizzazione.

La metodologia della valutazione è diffusa e generalizzata come una vera pratica totalitaria, essa impone l’impostura di poter catalogare, misurare  e racchiudere entro schemi predefiniti l’essere umano. Essa ci dimostra che tutto questo ha come fine ultimo il controllo. Ogni soggetto è obbligato a rendersi trasparente, rinunciare alla sua privacy e alla sua particolarità indicibile. Ma ci dimostra altresì l’assoluta deresponsabilizzazione che tale approccio produce nel soggetto, che è reso sempre più un muto compilatore di questionari. Mentre, paradossalmente, si moltiplicano  inconsistenti sportelli di ascolto in ogni dove.

La violenza sulle donne, che può arrivare fino all’uccisione, per lo più all’interno di relazioni d’amore non è certo un fenomeno che possiamo spiegare con una causa naturale o biologica, così come del resto nessun atto umano può essere spiegato al di fuori del registro simbolico e dei significati che esso impone a chi lo compie.

Il solo riferimento alla cultura patriarcale non sembra possa dare conto di questo fenomeno che ha carattere trasversale e transcuturale.

 

Alia: Lei è spesso intervenuta pubblicamente  per sottolineare che per far sì che le donne abbandonino una modalità violenta di relazione occorre spezzare il connubio nefasto e far riflettere la donna sulla  propria soggettività, sul proprio fantasma interiore, sulla propria responsabilità. Che è anche quella di avere sopportato per anni un uomo violento. Donne che, per esempio, raccontano di avere ricevuto il primo schiaffo all’inizio della relazione amorosa, o addirittura quando erano incinta. Eppure sono rimaste. Come si spiega questa violenza sulle donne accettata dalle donne, così difficile da estiprare e così diffusa, soprattutto in forme più lievi che non finiscono sui media?

Dott.ssa Storti: Sicuramente il primo e più evidente fattore in gioco è la differenza sessuale, differenza che attiene all’esperienza che ciascuno/a fa della sessualità e dei diversi significati che essa ha per ciascun essere umano.

C’è una “ripartizione sessuale” anche nel modo di vivere la coppia e l’amore. “Sintomo” e “devastazione” si oppongono come modi di troppo godere propri del maschile, il primo,  e del femminile, il secondo.

Questa differenza nel modo di godere può dare conto del fatto che una donna sia l’ora della verità per l’uomo, ma anche il suo sintomo. Mette in luce il posto che una donna può avere nell’esistenza di un uomo. Ma questa differenza evidenzia anche come un uomo possa essere una “devastazione” per una donna. Mentre il sintomo è un godimento localizzato, percepibile, classificabile, perfino misurabile, finito; la, devastazione, diversamente, non è classificabile, è un godimento senza fine, non conosce limiti, infinito. Ciò mette sempre le donne a rischio dell’ eccesso.

E’ evidente come la differenza sessuale poggi, in ogni cultura, su una dissimetria costituente e irriducibile, contro un ideale che la vorrebbe simmetrica e complementare.

Un ulteriore fattore alla base del fenomeno della violenza sulle donne è l’aggressività. Neanche l’aggressività è una componente deducibile dalla biologia, o  pensabile come innata nell’essere umano. Nel passaggio all’atto aggressivo, il soggetto colpisce nell’altro, ciò che non è riuscito a integrare della propria alterità nell’immagine narcisistica e unitaria dell’io. Ovvero, l’atto violento è il rifiuto assoluto di ciò che è diverso e irriconducibile a sé. Risulta evidente come una donna possa rappresentare per un uomo l’alterità più insopportabile.

In fondo si tratta di far valere l’uno per uno della psicoanalisi contro il principio dell’universalità, del “per tutti uguale”, che cerca magari nel funzionamento del cervello le radici dell’atto violento. Soltanto attraverso la presa di responsabilità del soggetto rispetto al proprio godimento possiamo pensare di affrontare questo fenomeno. Soltanto rompendo la coppia vittima-carnefice sarà possibile superare una politica segregativa.


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