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Per orientarsi nelle difficoltà legate all’essere donna oggi può essere utile ascoltare una conferenza, leggere un articolo, vedere un film, partecipare a un dibattito.

D: Ottimismo e pessimismo

• 30 Dicembre 2019 , ,
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OTTIMISMO E PESSIMISMO

Tutti sappiamo che ci sono persone che tendono a vedere la vita tingendola di rosa e persone che tra le conseguenze prevedibili di un’azione si attendono sempre e comunque il peggio.

Da cosa dipende questa differenza? Cosa sono ottimismo e pessimismo? Quale rapporto intrattengono con il principio del piacere e con la capacità di fare i conti con la realtà?

C’è un momento nell’evoluzione umana in cui l’ideale di conformarsi esclusivamente al piacere si realizza non solo nella fantasia e approssimativamente, ma nella realtà e in modo pieno e completo.

Intendo riferirmi al periodo che l’uomo trascorre nel grembo materno: una condizione che egli vive come un parassita. Un “mondo esterno” per l’essere che sta per aprirsi alla vita non esiste che in misura assai limitata; il suo bisogno di protezione, di calore, di cibo viene soddisfatto interamente dalla madre. E non deve neppure compiere uno sforzo per procurarsi l’ossigeno e gli alimenti di cui ha bisogno, dal momento che questi, mediante dispositivi appositi, raggiungono immediatamente i suoi vasi sanguigni. Tutto il lavoro volto alla produzione di ciò che è necessario alla vita del feto è affidato alla madre.

Se dunque riteniamo che, durante la permanenza nel grembo materno, l’uomo abbia una vita psichica sia pur inconscia – e sarebbe assurdo ritenere che la psiche cominci a operare solo dal preciso istante della nascita -, egli deve ricevere dalla propria esistenza l’impressione di essere effettivamente onnipotente. Infatti, che cos’è l’onnipotenza se non la sensazione di possedere tutto ciò che si vuole e di non avere alcunché da desiderare? Ebbene, questo è quanto il feto potrebbe dire di sé: ha infatti tutto ciò che gli è necessario per soddisfare i propri bisogni e nient’altro da desiderare.

La “megalomania infantile” circa la propria onnipotenza non è quindi, per lo meno, un delirio ingiustificato; il bambino e il nevrotico non pretendono niente di impossibile dalla realtà, ciò che pretendono è la restaurazione di una situazione che un tempo sussisteva, di quel “buon tempo antico” in cui erano onnipotenti.

Il neonato si adatta a fatica alla nuova e visibilmente spiacevole situazione, e ciò per quanto riguarda tutti i suoi diversi bisogni. Per sostituire l’approvvigionamento di ossigeno, che viene a cessare con la recisione del cordone ombelicale, comincia subito a respirare; il possesso del meccanismo di respirazione, già preformato nella vita intrauterina, lo mette in grado di ovviare subito attivamente al bisogno di ossigeno.

Tuttavia chi ne osserva il comportamento ha l’impressione che il neonato sia tutt’altro che edificato dal violento perturbamento dello stato di beata quiete di cui godeva nel grembo materno, e che anzi agogni a ritornare in quella situazione.

Le persone che hanno cura di lui riconoscono istintivamente questo desiderio, e non appena il bambino, sgambettando e gridando, dà espressione del proprio disagio, ricreano intenzionalmente una condizione ambientale che sia il più simile possibile a quella intrauterina.

Lo depongono presso il corpo caldo della madre o lo avvolgono in morbide e tiepide coperte, evidentemente per dargli l’illusione del calore materno. Gli proteggono gli occhi dalla luce. Gli orecchi da stimoli sonori troppo intensi, e gli danno in tal modo la possibilità di tornare a godere la pace intrauterina; oppure riproducono i deboli e monotoni stimoli ritmici che neppure nell’utero sono risparmiati al bambino (movimenti ondulatori prodotti dal camminare della madre, i battiti del cuore materno, il sordo rumore che dall’esterno penetra all’interno del corpo), cullandolo e canterellandogli ninne nanne con voce monotona e andamento ritmico.

Il primo desiderio del bambino non può dunque essere che ritornare in quella situazione. Ebbene, è singolare che questo desiderio del bambino – posto che sia circondato dalle cure del caso – si realizzi effettivamente. Dal suo punto di vista soggettivo, dunque, l’onnipotenza incondizionata di cui finora godeva è mutata solo nella misura in cui egli deve investire le proprie mete (rappresentare) di desiderio, non avendo bisogno, fatto ciò, di apportare alcun mutamento nel mondo esterno per conseguire veramente l’appagamento dei propri desideri. Poiché è certo che il bambino non ha alcuna nozione della reale concatenazione delle cause e degli effetti, né dell’esistenza e dell’azione delle persone che hanno cura di lui, deve sentirsi in possesso di una magica dote che gli permette di realizzare veramente i desideri con la sola rappresentazione del loro soddisfacimento.

Il bambino si serve dello sgambettio e del pianto come di segnali magici in risposta ai quali si ha prontamente la percezione dell’appagamento, naturalmente con un aiuto sconosciuto proveniente dall’esterno. Il bambino in questi processi deve sentirsi come un vero e proprio mago, il quale ha solo da eseguire certi gesti perché nel mondo esterno gli avvenimenti più complicati si compiano secondo la sua volontà.

Con l’aumento della quantità e della complessità dei bisogni, si moltiplicano naturalmente non solo le “condizioni” a cui l’individuo deve sottostare per vederli soddisfatti, ma anche il numero dei casi in cui i desideri, che divengono sempre più imperiosi, restano insoddisfatti nonostante siano state osservate attentamente le condizioni un temo efficaci. La mano tesa deve essere ritirata spesso vuota: l’oggetto desiderato non obbedisce al gesto magico. Se finora l’essere onnipotente ha potuto sentirsi tutt’uno con il mondo obbediente a ogni suo cenno, si produce poco a poco, nel suo mondo di esperienza, una dolorosa scissione. Deve distinguere dall’Io, come mondo esterno, certi oggetti ostili che non obbediscono alla sua volontà; deve distinguere, cioè i contenuti psichici soggettivi (emozioni) da quelli oggettivi (sensazioni).

Tutti i bambini vivono nella felice illusione della propria onnipotenza, di cui una volta, sia pur soltanto nel ventre materno, sono stati veramente partecipi. Dipende dalle circostanze se conserveranno il senso di onnipotenza e diverranno ottimisti, o se andranno ad aumentare il numero dei pessimisti, che non si rassegnano mai al fallimento dei propri desideri inconsci e irrazionali, che si sentono offesi, respinti per il più futile motivo, e che si ritengono perseguitati dal destino perché non possono restare i suoi unici figli prediletti.

Solo a partire dal completo distacco psichico dai genitori, Freud considera finito il dominio del principio di piacere. Questo momento, estremamente variabile da caso a caso, è anche quello in cui il seno di onnipotenza lascia il posto al pieno riconoscimento della forza delle circostanze. Il senso di realtà prende il posto di ottimismo e pessimismo e raggiunge il culmine nella conoscenza scientifica, mentre l’illusione dell’onnipotenza subisce in essa la più grande umiliazione: la primitiva onnipotenza si risolve qui nelle sole “condizioni” determinanti.

 

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